mercoledì 27 agosto 2025

Lo devi leggere (9)

 

Di madre in Figlia

di Concita De Gregorio, Feltrinelli Editore




 

Incontri il libro che ti spiega come stanno le cose.

 

Lo incontri in una estate fresca, non di quelle afose, una estate che ha il sapore di una tardiva primavera o di un autunno precoce.

 

Lo leggi mentre il mondo intorno muore, per colpa degli uomini che non sempre sanno amarsi.

 

Si chiama “Di madre in figlia”, il titolo che spoglia presto il suo cuore ed è scritto da una scrittrice dalla penna lieve, che ha raccontato storie difficili di donne con una gentilezza commovente, una scrittrice che sempre avrà posto nella mia libreria.

 

Quattro donne, forse cinque anche se di una non conosciamo il nome. Cinque generazioni, cinque modi di vivere femminilità, maternità ed ingegno, cinque eredità genetiche e di memoria che sono state tramandate, dall’una verso l’altra. 

 

I loro nomi carichi di storie, di scelte differenti e di sguardi verso il passato della loro famiglia e verso il futuro delle loro figlie.

 

Adè, che preferisce il nome accorciato a quello scelto per lei, Adelaide. Giovanissima donna alla ricerca di se stessa, stretta e insieme al sicuro tra le trame di protezione e ansia di sua madre, tesa a comprendere il senso delle scelte di sua nonna, attratta dalla libertà e dalla assenza (apparente) di legami di una donna che sembra assomigliarle. Adè è la guida tra le trame dei cuori di queste donne.

 

Angela, insieme una figlia a cui pare di non essere stata accudita e protetta abbastanza e una madre che ha imparato a ricoprire di ansie e barriere protettive la vita di sua figlia. Angela è una donna che ha lavorato duro sul suo talento e sulle capacità mentali anche a discapito di un amore asimmetrico e stanco.

 

Marilù, la protagonista più affascinante (che gode della luce riflessa della donna che l’ha preceduta e di quelle che l’hanno anagraficamente seguita), dalle lunghe mani, dal corpo bellissimo, dagli occhi magnetici insieme buoni e feroci, dalla bellezza quasi vertiginosa.  Di lei non si sa molto, ma si conosce sempre più nel corso del romanzo, in attesa di comprendere il perché della sua vita libera e solitaria.

 

Ma al di là della storia, che tiene incollati alle pagine, quello che conta e che resta tra le dita e le ciglia appena finisci di leggere il libro, è la forza di queste donne, in grado di amare nonostante tutto. Perché l’amore di una madre non è perfetto ma nessun amore lo è. Ognuno ama con quello che è.

 

Nonostante le scelte diverse.

Nonostante le aspettative degli altri.

Nonostante le maternità precoci.

Nonostante gli amori brevi ma di una vita.

Nonostante gli uomini gentili e quelli insicuri.

Nonostante le madri, le nonne, le figlie.

Nonostante le fiamme.

 

Immagina una donna che osserva, fuori da una finestra, le donne che più ama e da cui più fugge, ridere tra loro. 

Immagina un cuore colmo nel vedere la gioia di amarsi nonostante le differenze.

Immagina di comprendere che ci sono storie che, anche se non raccontate, segnano le vite di chi non le ha vissute. 

 

Immagina di essere viva e di cercare il modo, la misura, la quantità di amore da offrire per non soffocare l’altro o da ricevere per non annegare. 

Immagina di avere una estate intera per conoscere una persona e scoprire la sua e la tua storia.

Immagina di sapere che chi ami non ti appartiene ma di appartenere a chi ami, senza difese.

 

Ciascuna delle protagoniste è un po’ se stessa e un po’ le altre, in una danza che riguarda tutti noi.

 

 

Uno di quelli libri che, terminati, ti lasciano orfana.

 

 

 

 

“Ciascuna di noi fa il meglio possibile, con le migliori intenzioni e con i mezzi che ha".

 

lunedì 12 maggio 2025

 



Figlio 


Temo di non riuscire a crescere 

se non con te. 

Saprai presto che le risposte non date, 

non le conosco. 

Che i divieti, pur chiari, 

nascondevano paure. 

Saprai presto che l’assenza di difetti, 

non esiste. 

Ho provato a dirtelo 

ma l’ho certamente detto male. 

Perché proteggi chi ami 

persino da una parte di te stesso. 

Io sono felice che tu esista, 

non mi serve altro, 

il tuo sorriso, 

la tua voce, 

la tua storia. 

Saprai presto 

quale amore profondo 

lega 

chi c’era 

con chi nasce. 



Eliana Bellezza


martedì 4 febbraio 2025


 Lo devi leggere (8)

I viaggi (e i libri) necessari


Tutti gli indirizzi perduti 

di Laura Imai Messina, Einaudi Editore


 

Se questo libro fosse un gesto, sarebbe una carezza.

 

Offerta da mani antiche, dalle mani grinzose di un nonno dagli occhi buoni e dalla voce profonda e rivolta ad un giovanissimo nipote dalla pelle rosea e vellutata. Come quella carezza che una madre muta potrebbe indirizzare alla figlia mentre la voce di una altra donna le legge favole e storie meravigliose, prestandole la voce.


Carezze che bagnano il viso come acqua di oceano, che hanno il profumo della carta di un libro che si sfoglia, che sfuggono alla fretta di amarsi a tutti i costi e costruiscono il lessico di un volersi bene lento e profondo.

 

Risa, giovane ricercatrice universitaria, vestita quasi sempre in maglietta bianca e jeans, alla ricerca di se stessa e protagonista di questa storia, compie con il lettore due viaggi necessari.

 

Il primo, fisico, verso una isola quasi disabitata del Giappone nel mare interno di Seto, dove esiste un ufficio postale speciale che raccoglie tutte le lettere e le cartoline che, per motivi diversi, non possono essere recapitate al destinatario. Lettere dedicate agli oggetti, alle stagioni, a se stessi del passato o del futuro, a persone incontrate per caso e poi mai più viste, a luoghi, a suoni, a figli persi, a fiori, ad animali, al tempo. Lettere perdute ma presenti, urgenti, piene.

 

E un altro viaggio, questa volta interiore, intimo ed insieme doloroso e catartico, che Risa compie dentro se stessa, dentro i suoi ricordi passati e dentro gli urgenti bisogni di verità.

Un viaggio teso a incontrare nuovamente Marie, la sua mamma, una donna speciale ed unica, in un luogo diverso dall’esistenza terrena. Risa desidera incontrare sua madre dentro le lettere o i pensieri che anni prima ha indirizzato a sua figlia e che forse ha spedito proprio all’Ufficio postale "alla deriva".

 

Ma a ben guardare c’è un terzo viaggio che Risa compie in questo tempo. 

 

Il viaggio nelle vite degli altri, nei loro sentimenti, nei loro ricordi ed in ognuno di questi mittenti Risa, e noi che leggiamo con emozione ininterrotta sin dalle prime pagine con lei, troviamo tracce di esistenza privata.  


Un viaggio il cui esito non è scontato. Perché incontrare l’altro è sempre faticoso e difficile, ma, quando siamo pronti all’ascolto, ogni confidenza può diventare un dono da ricevere con gratitudine.

 

La scelta della lettera, quale luogo a cui affidare un pensiero, leggero o folle o persino inconfessabile, regala a chi scrive lo spazio di esprimersi senza limite, senza pausa, senza gli schemi comunicativi del dialogo. E contemporaneamente consente a chi ascolta di rimanere dentro alle parole che riceve, di annusarle, ingoiarle e farle proprie, in piena accoglienza dell’altro.

 

Risa leggerà per il lettore numerosissime lettere di altri, frammenti di missive perdute. In ognuna troveremo un "amo d’oro" (citando la migliore amica di Risa, dolce figura specchio della protagonista)a cui abboccare, per nutrire un ricordo perduto, un sentimento provato o anche solamente un racconto ascoltato e dimenticato. E il lettore si troverà più volte con gli occhi imperlati e il cuore spogliato, perché qualcuno ha saputo leggere pensieri tenuti al riparo.

 

Risa (e sempre noi con lei) raccoglie tutte quelle sensibilità ricevute dalle lettere che legge e che ha il compito di catalogare ed in esse trova la cura alla propria inquietudine, la strada per ricevere le risposte che cerca da una vita. Il legame fortissimo che la lega alla figura di suo padre, postino anche lui, le offrirà una lente privilegiata per cogliere la forza curativa della parola scritta.

 

Tra una lettera e l’altra, poi, la delicata penna della scrittrice ci regala una storia. 

 

D’amore, quello di un giovane isolano dai gesti delicati e dalle parole morbide. Un uomo che quell'amore saprà attendere, incontrare, vegliare e ritrovare.

 

Una storia di genitorialità, di madri e padri che offrono ai figli una versione di se stessi che spesso non coincide con la storia che hanno vissuto al solo scopo di non tramandare loro dolori profondi.  

 

Una storia di figli che cercano le ragioni dei genitori e che, esausti, scoprono che l’amore non va indagato, il bene non richiede di essere studiato, nonostante la follia delle menti.

 

Una storia di amicizia tra generazioni, tra anziani e giovani, tra chi fu e chi c’era tra passato e presente. Una storia personale ed insieme di tutti.

 

Una storia di ricerca, di rinascita, di una felicità sussurata, senza proclami o sfarzo, ma semplicemente presente. 

 

Avevo bisogno di un libro così per far pace con il rumore del mondo che talvolta racconta senza ascoltare.



p.s. La consapevolezza di poter e dover "amare" lo sconosciuto, di vedere l'umanità nell'estraneo, di nutrire il proprio pensiero attraverso la vita di chi non conosciamo, è anticamente rivoluzionario e può davvero curare l'umanità. Perché, se conoscere l'altro non è la condizione per amarsi, ci si può davvero salvare anche nonostante la nostra intima solitudine. Cinque stelle.



"L’amore non si studia Risa. Mai mettere in questione la gioia, semmai serve indagare l’odio perche ciò che si disseziona cambia forma e non si riesce più a vederlo nello stesso modo. Le cose belle sentile, non metterti a toccarle. Le cose brutte mettile in discussione quanto ti pare"

sabato 21 settembre 2024

La misura dell'ego, il peso delle parole, il valore delle persone


 Non dimentico mai un'offesa | Peanuts


Ma quando abbiamo smarrito la nobiltà d’animo?

Cosa ci è successo? Ce ne siamo accorti?

Da qualche giorno si sente parlare solo del dissing, ossia delle offese cantate a suono di rap, tra tre cantanti italiani. 

Due giovani uomini e un uomo un po’ più maturi  che hanno trascorso le ore delle proprie giornate a compilare rime ed ad affilarle come spade per ferire, offendere, umiliare l’avversario. 


Ieri sera mi sono presa un po’ di tempo e ho chiesto ai miei figli di spiegarmi la storia. In estrema sintesi tutto pare nascere da una collaborazione artistica negata, da tre ego molto grandi che non hanno saputo resistere alla tentazione di giudicare l’altro inferiore, di allearsi e mostrarsi, nell’ordine, più muscolosi, più riccioli, più seguiti, più desiderati dalle donne, più....fighi.

Tra i vari argomenti portati nelle offese rappate, quella più sconvolgente è a mio parere l’approccio di questi giovani uomini all’universo femminile. 

Donne del loro passato, del loro presente, della vita degli altri, citate in modo volgare, ricordando rapporti intimi, tradimenti, "passaggi" da uno all’altro che strumentalizzano ancora una volta la figura della donna e del suo valore. 

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Qualcuno ha mai parlato a questi giovani della bellezza della intimità, del valore di un sentimento, seppure finito, che rimane sulla pelle e nel cuore di chi lo ha provato?

Qualcuno ha mai raccontato a questi giovani uomini che i sentimenti legati ad amore passati meritano di essere protetti perché ci rappresentano? 

Che le persone con cui ci relazioniamo non ci appartengono, non sono proprietà di nessuno. Eppure parlano di noi e criticarle o parlarne come merce di scambio non è nè saggio nè acuto. 

Perché solitamente le parole rappresentano più le persone che le pronunciano di quelle a cui sono destinate.

Qualcuno di loro conosce la bellezza di quello che si trattiene nella memoria personale?

Non  ho mai voluto essere e non voglio essere una di quelle persone che parla in modo critico e cieco della generazione che ha seguito la sua. Io non penso che i giovani di oggi siano peggio di noi alla loro età. Quando da ragazza sentivo un adulto che diceva questo, pensavo che quello fosse il modo peggiore per diventare un esempio. 

Ritengo invece che i giovani siano la nostra unica speranza, la linfa del futuro. Che la salvezza del pianeta sarà solo opera dei giovani. Noi adulti non ne siamo capaci. 

Penso intimamente che anche questi tre giovani uomini abbiano tante storie da raccontare migliori di questa. 

Ma questa  volta mi spiace pensare che i miei figli credano che questo dissing rappresenti, esaurendola, la società in cui vivono e viviamo. 

C’è molto meglio, in ognuno di loro e in ognuno di noi. C’è sempre un modo per trasformare ogni cosa in un messaggio costruttivo. 

La visibilità sociale e la presenza social impone una responsabilità etica, direi persino politica, delle persone coinvolte, soprattutto quando in ascolto ci sono persone in formazione. 

Aspetto con ansia un testo trap che mi dia ragione.

martedì 9 luglio 2024



 Zia Mariantonietta - Quello che resta


Tante foglie 



Sei stata a lungo una pianta.

Avevi tutto, in semplicità e sobrietà. 

Le radici, il fusto, le fronde, i rami, le foglie, i fiori, i semi. 

Quel tutto era quanto bastava per essere felice. 

Hai avuto amore da offrire, in abbondanza e amore hai ricevuto, copioso, perché la regola del mondo è solo quella. 

Hai sofferto, strappi e tempeste, ma sei rimasta salda. 

Negli ultimi tempi avevi perso i fiori, forse, ma avevi tante foglie. 

Permarranno sulla tua pianta, diventeranno nuova vita per fiori di domani. 

Non muore mai ciò che vive in tutti.

lunedì 3 giugno 2024

Australia. Uluru, la montagna che non si dovrebbe scalare - la Repubblica


"Fare fatica" per essere felici. Quando la scuola ci aiuta.

 

3 giugno 2024 


Una parte dei genitori di figli adolescenti in Italia attende le ultime verifiche e interrogazioni per sapere se questa estate i propri figli recupereranno una materia di studio o saranno liberi e promossi a pieni voti.

 

I genitori nutrono ansie, paure e forse rivivono incubi del proprio passato. I figli hanno una varietà di reazioni, c’è chi ostenta indifferenza e disinteresse verso la scuola, c’è chi si dispera (tardi) e si arrende al destino dei debiti formativi, c’è chi ci prova e prega gli insegnanti di dare loro una seconda (terza, quarta) possibilità.

 

Nell’intimo, più o meno espresso di alcuni genitori (non tutti), si insinua diabolicamente, tra le ansie strette alle premonizioni di vacanze piene di divieti, un piccolo dubbio, ossia a cosa serva tanta fatica per ottenere una sufficienza, tanta ricerca di successo scolastico, tanta verifica sull’apprendimento e tanto desiderio dei docenti (che poi in realtà è un bisogno ma preferiamo pensare che sia un desiderio) di rimandare a settembre alcuni ragazzi. 

 

Nell’intimo di alcuni genitori, e di tutti gli adolescenti, c’è l’idea che gli insegnanti siano sadici, frustrati o, meglio ancora, pazzi.

 

Basta dormire qualche notte, un buon libro come quello che dopo cito e una buona dose di umiltà, e all'improvviso una piccola idea viene a galla, anche in chi proprio non digerisce il sistema scolastico dei voti di fine anno.

 

Studiare serve. Serve innanzitutto perché per svolgere qualsiasi professione, a vari livelli, la conoscenza delle materie scolastiche consente di costruire una capacità di pensiero e di analisi che poi determina il grado dell'intervento che ciascuno di noi potrà offrire in quel piccolo pezzo di comunità e di mondo del lavoro in cui ci si ritroverà.

 

Però c’è una ragione più profonda, profondissima che dimentichiamo troppo spesso e che invece racchiude il senso della vita.

 

L’importanza della fatica (l'elogio oserei dire). Fare fatica per ottenere un risultato, in ogni ambito della nostra esistenza. 


Non esiste persona felice che non abbia faticato per poi godere di qualcosa.

E scavando, molti sostengono che la felicità non derivi dal risultato, ma dalla strada percorsa per raggiungerlo.


La felicità, quel sentimento così ricercato da ognuno di noi, affonda le sue radici in un terreno che ha bisogno di impegno, di rinunce, di sudore.

 

E se i professori, quelli che sembrano assurdi e esigenti all’inversomile agli occhi dei nostri figli, chiedessero loro solo ed unicamente questo? Ci è mai venuto in mente che vogliano che facciano fatica, che sacrifichino qualche ora del tempo dell'ozio telematico per poi ottenere risultati soddisfacenti? E se questo fosse il solo modo di imparare il significato della felicità?

 

Avete mai provato a scalare (in sicurezza) faticosamente una vetta montana e  avete mai visto il panorama da lassù? Ricordate la sensazione di benessere? Questo è il senso della fatica e della felicità che ne deriva. 


Il tuo sudore per la tua pagella con tutti i voti verdi.

 

Sono difficili le cose belle (rubo la frase ad un libro molto tenero di Nucci). Il vero inferno non è un voto rosso a fine anno ma togliere il gusto dall’esperienza scolastica, svuotarla del senso stesso che la scuola persegue: farci amare la vita, anche nei momenti difficili.

 

E ricordarci che possiamo trasformare il presente solo con le forze interiori.

E che ci vuole coraggio, sacrificio e fatica.

E che possiamo chiedere aiuto.

E che quando capiamo, ricordiamo.

E che quello che saremo in futuro dipende quasi unicamente da noi.

E che l’anno prossimo, punto e a capo. Testa alta e si ricomincia.

 


 

 

p.s anche per un genitore faticare per aiutare un figlio a raggiungere un risultato è una esperienza unica. Potrebbe una occasione per trascorrere un tempo di qualità con lui. Leggendo insieme ad un figlio una poesia, potrebbero emergere discorsi interessanti e irripetibili. La distanza tra gli anni si annulla, in qualche breve istante. Non che sia facile, tutt'altro, l'elogio della fatica vale per tutti. E vale per tutta la vita. 

 

 

 

 

 

Da “Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron

 

 

 

 

Il passato non determina il futuro.
Puoi fare più di quello che pensi.
L'amore non è mai uno spreco.
Non smettere mai di imparare.
Cerca la bellezza.
Il sonno e i sogni ti purificano.
Rispetta la sofferenza degli altri, ma non darle il potere di distruggerti.
Abbi fede nella natura.
Nessuno sa fare tutte le cose che sai fare tu.
Rispetta la forza e la bellezza del tuo corpo.
Trasforma la sconfitta in una sfida.
Credi in ciò che ami.
Fare del bene ti rende più forte.
Apriti all'amore degli altri.
Ricrea ogni giorno la tua vita.
Tutto è in continuo cambiamento. Non c'è nulla di duraturo.

mercoledì 6 marzo 2024


Lo devi leggere (7)

Esistono libri per curare la nostalgia.


A casa di Judith Hermann, Fazi Editore


A casa - Judith Hermann | Fazi Editore

 

“Questo mondo è il mio mondo perché mi trovo qui in questo momento

 

Questo è uno di quei libri scritti per chi, come me, sa o almeno intuisce che dietro al sentimento della mancanza, della solitudine o della malinconia, talvolta, esiste una strana fonte di felicità, un richiamo del passato nel presente. Rimedio che funziona.

 

L’attesa di un compimento, che forse è già avvenuto ma che consola, nel desiderarlo ancora.


La nostalgia diventa allora non il vuoto del presente ma la pienezza di ciò che fu, un antidoto a quello che, mancando, avvelena il giorno. Un ritorno di felicità improvvisa che inspiegabilmente permea nel respiro del presente e ritorna, pieno e possibile.

 

Come guardare una fotografia di un istante felice.

Ferisce perché non è che un ricordo. Non è più realtà.

Lenisce, pure, poiché quel che è stato è ancora vivo dentro ad una parte silenziosa del nostro stomaco. 

Pulsa ancora, regala ancora energia, torna a trasformarsi in dolce dolore felice.

Ossimori.

 

È questo quello che accade alla protagonista di un libro musicale, “ A casa”, grazie ad una penna originale e ritmica (si sente il suono dei suoi "dice"), che accompagna il lettore tra il passato e il presente, tra il dentro e il fuori, tra mondo esterno e mente estrema.

 

La vita di una donna, di cui in tutto il libro si omette il nome (scelta senz’altro non casuale della scrittrice), scorre con uno sguardo rivolto al passato, riempito pienamente dal desiderio verso una figlia amata che ha scelto una vita da girovaga e solitaria e dall’affetto verso un marito incapace di evolversi ma che rimane il destinatario di numerosi pensieri e lettere.

 

La protagonista, così ancorata a ciò che è stato, sente però di aver bisogno di una nuova vita, di un nuovo luogo, di un nuovo luogo dove portare radici recise, ancora pulsanti di linfa. 

Sente di aver bisogno di ridisegnare la sua storia, le persone che ama, l'idea di se stessa.


Comincia così un nuovo racconto, con nuove amicizie, un nuovo gemito, porte lasciate aperte, rumori sconosciuti e un nuovo modo di vedere il mondo: semplice, lento e basilare.

 

Il nuovo luogo è fatto di tramonti, di campagna sconfinata, di animali, di case rade, di inverni gelidi e persone silenziose ed originali. 


Mimi, l’amica vicina di casa, nuda agli occhi del lettore, è la compagna di avventura di cui avremmo bisogno quando non riusciamo ad uscire dal nostro guscio, dal nostro passato. 


Un fratello che non è cresciuto e che rimane ancorato ad una idea di amore giovanile, puerile e tragico ed una nuova passione ancestrale, verso un uomo, Arilde, diverso e roccioso, completano il gruppo delle storie personale a cui presto, chi legge, si affeziona e che rimangono nell’aria anche a libro chiuso.

 

Due immagini ricorderò a lungo: una cassa da mago in cui una donna verrà spezzata in due e nella quale ognuno di  noi si trova, metaforicamente, ad un certo punto della sua vita e la trappola per martore posizionata in soffitta nella quale talvolta speriamo di trovare o bloccare qualcosa che non conosciamo.

 

Un libro per capire quale luogo chiamiamo casa, di quali persone abbiamo bisogno, quanto silenzio e quanta solitudine possiamo sopportare, quanta bellezza abbiamo intorno e dentro, esattamente nel luogo dove ci troviamo. Niente di più.

 

Un libro contemporaneo e insieme senza tempo.

 

Mi spiace solo, ora che ho finito di leggerlo, di non conoscere il  nome di questa donna, visto che si aggiunge a quelle amicizie incontrate nei libri che resterà a lungo nel mio immaginario.


Da leggere.

 

 

  

mercoledì 21 giugno 2023



 La strada che ci regala intensità

 

(sempre sulle occasioni da non perdere)

Giugno 2023

 

 

 

Conosco un bimbo di 11 anni che ama il calcio.

Come suo fratello di 14 anni.

Come il loro papà.

Come i loro nonni.

Come gli zii, quasi tutti.

 

La passione è il motore di molte azioni umane e la loro passione ha decisamente una forma sferica, fango sotto le scarpe e pomeriggi di allenamento e partite.

Questo bimbo, dagli occhi grandi e neri, dal cuore tenero e sensibile, dalla intelligenza viva, ha vissuto, la scorsa stagione, un anno calcistico eccezionale, un anno che certamente nella sua vita sarà memorabile perché ha giocato per una squadra professionistica, con altri bimbi talentuosi scelti uno ad uno.

 

Una annata piena di soddisfazioni per tutti, per chi lo ha guardato e sognato con lui, per chi lo spronava, per chi lo attendeva fuori, per i mister che lo hanno frequentato e conosciuto, per i nuovi compagni di avventura, giocatori in erba come lui.

 

È arrivato giugno e con esso il giorno atteso dai più, in cui la società comunica a ciascuno se l’esperienza continuerà o se è arrivata al termine.

 

Quel bimbo non continuerà l’esperienza professionistica, tornerà a giocare nella squadra del suo cuore, quella nella quale, a 5 anni, è iniziato tutto, sui campi dove ha imparato a calciare, di punta, di collo e di cuore.

 

Una occasione persa?

Per molti, ma non per tutti.

 

Non perdiamo l’occasione di guardare ciò che conta, con occhi maturi. Conta averci provato, conta l’esperienza di vita che ciascuno porta con sé. Contano le volte in cui ce l’abbiamo messa tutta e abbiamo provato a migliorarci.

 

Non perdiamo l’occasione per ricordarci che, quando si diventa più grandi, è molto più doloroso pensare a quello che non abbiamo avuto il coraggio di vivere per paura del fallimento che ricordare le esperienze vissute in pieno e poi terminate. 

 

Non perdiamo l’occasione per dire grazie, quando si vive una esperienza unica e che cambia chi la vive. Grazie a chi l’ha resa possibile e a chi ci ha accompagnato nel cammino.

 

Non perdiamo l’occasione per riconoscere i propri limiti e le proprie mancanze perché è la sola condizione che ci consente di lavorare per superarle.


Non perdiamo l’occasione per riconoscere il merito di chi riesce.

 

Non perdiamo l’occasione di ricordarci che quello che ci ha reso felici difficilmente è stata una singola “cosa grande” ma più facilmente un insieme di tante piccole cose belle. Normalmente queste piccole cose hanno a che fare con le persone che abbiamo conosciuto durante un percorso.

Le persone sono sempre le tappe migliori dei viaggi che compiamo. 

 

Non perdiamo l’occasione di imparare dagli ostacoli. Non perdiamola.

 

In pochi forse conoscono questa storia ma vale la pena raccontarla per quello che ci insegna.

È la storia di un ragazzo che si chiama Evan Ruggiero, classe 90, che ha sempre amato il ballo e la danza e l’ha sempre praticata sin da piccolissimo. Quando ha compiuto 19 anni gli è stato diagnosticata una forma rara di tumore delle ossa e ha subito l’amputazione del ginocchio e pesantissime terapie. Nonostante questo dopo quel tremendo momento, ha ripreso a danzare con una gamba sola e con la protesi. È un vero ballerino, attore e performer che conta tantissime collaborazioni ed esibizioni. Nelle numerose interviste ha sempre detto di saper gestire i problemi e di aver imparato ad essere forte grazie al problema che lo aveva riguardato. Ha affermato: Non ho scelto la mia condizione ma probabilmente la mia carriera sarà più intensa e migliore grazie alla mia protesi”.

 

Non perdiamo l’occasione per acquistare intensità attraverso le strade che percorriamo.


mercoledì 31 maggio 2023

COSTITUZIONE ITALIANA | PAeSI - Pubblica Amministrazione e Stranieri  Immigrati




Le occasioni da cogliere (anche quando siamo feriti).

Siamo ancora in tempo.

 

 

Qualcuno, che nessuno conosce, ha deturpato la nostra scuola elementare. Quella scuola che i nostri figli frequentano da anni, scenario e palcoscenico dei loro giochi, del loro apprendimento e dei loro anni più spensierati.

 

Lo ha fatto di notte, con la complicità del buio, con strumentazioni notevoli che gli hanno concesso di coprire di vernice quasi ogni angolo dell’edificio, persino i luoghi più alti. Con la specifica volontà di imbrattare di rosso muri e cortili che prima sfoggiavano un color mattone d’altri tempi. 

 

Lo ha fatto perché ha ritenuto che quello fosse il solo modo di comunicare agli altri il suo pensiero politico sui vaccini, sull’agenda 2030 e sulla trasformazione digitale. E usando parole terribili come morte, assassini, trappola.

 

Ha violentato la scuola. Sono state ore di angoscia perché dirigenti, insegnanti, genitori e anche bambini si sono interrogati, ognuno nel suo ambiente, sulle ragioni di un atto tanto vandalico. 

Ciascuno di noi ha il suo pensiero e ciascuno di noi ha diritto di sentirsi conforme o contrario alle scelte di chi ci governa. Non è una colpa avere un pensiero diverso.

 

Si chiama democrazia e per questa tanti nonni e genitori hanno dato la vita, lottando e garantendo a noi, oggi, la libertà di espressione e pensiero. 

 

Eppure viviamo in un mondo che, tra imperfezioni e migliorabile, funziona grazie ad alcune regole che ne determinano l’efficienza. 

 

Gli esempi sono tanti, la sanità, la scuola, le strade, i luoghi di lavoro, le associazioni sportive, l’aiuto alle fasce più deboli, le piazze, i trasporti…

Come potrebbe funzionare tutto, seppure con errori e lacune, se alla libertà del singolo non venisse posto un limite sacrosanto e imprescindibile, dato dal rispetto delle cose comuni, dalla libertà dell’altro e dalla accettazione di regole condivise di civiltà? 

 

Tutta questa storia della scuola equivale, per chi lo ha causato, ad una occasione perduta. Perché le idee di ciascuno, quando sono preziose e sentite, meritano altri modi per essere diffuse. Strumenti civili di divulgazione, proteste democratiche e non vandalismo puro che offende e ferisce. 

Nessuno può dirci cosa pensare ma le modalità con le quali esterniamo il nostro pensiero rientrano nelle regole del vivere civico, dei diritti costituzionali e della società civile.

 

Eppure ai nostri bimbi vorrei dire che per noi questa è una preziosa occasione da cogliere. 

 

Per ricordare anche da grandi il dolore intimo di chi viene offeso o degradato.  Se siamo in grado di ricordare come ci siamo sentiti oggi, difficilmente causeremo ferite simili agli altri. 

 

Per capire il senso della libertà, che è l’unico bene che dobbiamo salvare ma per il quale occorre coscienza e rispetto dell’altro.

 

Per imparare a mettere il nostro viso e la nostra storia quando comunichiamo un pensiero, ad essere responsabili dei nostri gesti. 

 

Per capire che la scuola, gli adulti, la vita in generale non deve dirci cosa pensare ma deve offrirci gli strumenti per creare il nostro pensiero. 

 

Per ricordare che il rispetto delle regole è una regola del vivere comune.

 

Per denunciare chi è violento, nelle azioni e anche con le parole. 

 

Per imparare a difendere quello a cui teniamo. 

 

Per imparare a diffondere il nostro pensiero attraverso canali e strumenti civili. 

 

Per comprendere la bellezza di tutto quello che ci circonda. E la bellezza merita rispetto. 

 

Chiunque abbia compiuto questo gesto non ha compreso con ogni probabilità, quando era bambino, questo insegnamento. Altrimenti non avrebbe certo agito in questo modo.

 

Noi però siamo ancora in tempo. Con i nostri figli e con noi stessi.

 

Salviamo la nostra libertà, difendiamo la civiltà e la Scuola, che è il luogo più importante di tutti, curiamo la voce con cui parliamo, costruiamo senza distruggere. Almeno noi.

 

 

 

 

 

P.S. Il primo articolo della nostra splendida Costituzione attribuisce la sovranità al popolo, ma ci chiede di esercitarla nei limiti e nelle forme della Costituzione. 

domenica 19 febbraio 2023



Lo devi leggere (6)

Sul dolore, sulla mancanza e sul futuro.

Sono difficili le cose belle di Matteo Nucci.





 

Quello che conferisce alla letteratura una pura e rara bellezza è l'universalità dei sentimenti che la ispirano e la muovono. 


Siamo tutti diversi, profondamente. Ce ne accorgiamo in ogni contesto, in ogni singolo momento della giornata. Ci sono i mattinieri, quello che si svegliano all’alba, i dormiglioni, quelli che odiano la sveglia che interrompe il loro sonno dolce. C’è chi fa colazione, chi no perché al mattino ha la nausea. Chi ama il caffè, come me, chi il the, chi sceglie il vestito da indossare al primo colpo e chi cambia almeno due completi diversi prima di scegliere quello giusto, chi si muove in auto, chi in bici, chi ama mangiare al ristorante, chi a casa, chi accende la televisione non appena entra in casa e chi la tiene sempre spenta, chi legge su un libro, chi sul cellulare, chi cerca gli amici e chi non risponde al telefono , chi ride sempre e chi meno, chi piange spesso e chi mai, chi corre e chi resta fermo, chi dorme sul fianco e chi a pancia in sù. 


Però c’è qualcosa che ci accomuna tutti, in ogni luogo della terra a prescindere dalla lingua che parliamo, dal mestiere che facciano, dalle abitudini che ci rappresentano, dalla latitudine dei nostri luoghi, dall’età e da tutto il resto. 


C’è una stretta forte dentro, tra lo stomaco e la gola, che proviamo quando perdiamo una persona che amiamo. 


I più fortunati tra noi sanno quanto sia triste perdere un nonno, ad esempio, da bambini, fanciulli o giovani adulti. Fortunati perché se conoscono questo dolore è perché hanno ricevuto il dono di vivere insieme ad un nonno, di conoscerlo, di trascorrere tempo e condividere storie e ricordi con lui. Il dolore che proviamo quando perdiamo chi amiamo è qualcosa di profondo, netto, continuo ed inedito e non ha nulla a che vedere con la sofferenza di un momento: è qualcosa che ci cambia, ci capovolge e ci rimane dentro.

 

Cosa daremmo per poter rivedere almeno una volta un caro che non c’è più, per parlargli e per capire in quale luogo dimora tutta quella energia che quella persona aveva dentro di se? 


Matteo Nucci prova a raccontarcelo nel suo "Sono difficili le cose belle", uno di quei libri scrigno il cui titolo rappresenta il contenuto, ma non lo definisce interamente, portandoci a leggerlo per capire quali cose, quanto difficili, quanto belle. All'autore è cara la costruzione sintattica di questo titolo, che ritroviamo in una altra sua pubblicazione e anche all'interno del libro.


Un libro scrigno fatto a strati, perchè ha tante pagine e tanti simbolismi quanti siamo in grado di leggere e accettare, di vedere e di cercare. Credo che se il lettore che è in noi lo leggesse in fasi diverse della sua vita, scoprirebbe angolazioni diverse, come accade con quei libri strepitosi come Il Vangelo, Il piccolo Principe, i miti greci e pochi altri. Un libro per tutti, diverso per ciascuno, utile ad ognuno. 


Qui si racconta un incontro, a metà tra la fiaba e il racconto onirico, tra una nonna e una nipote, che la vita ha separato ma che continuano a cercarsi e a pensarsi intensamente.


Si racconta del peso che chi rimane porta nel cuore, un peso che può trasformarsi in zavorra quando non riesce a trasformarsi. Si racconta del dolore per questo peso che conserva chi se ne va e che invece dovrebbe diventare qualcosa di leggero e intangibile.


Attraverso la tenerezza di dieci anni vissuti insieme (la nipote ha dieci anni di ricordi con la nonna) e grazie a tanti flashback che vengono rivissuti con le medesime emozioni di un tempo e lo sguardo postumo del presente, le due protagoniste ritrovano la gioia del tempo che hanno condiviso e provano a trovare modi nuovi per continuare a vivere pur essendo altro, pur essendo in altre dimensioni, pur credendo di non avere più occasioni.


I tanti episodi, in una Roma bellissima che sfoggia le sue ville e i suoi splendori, ci restituiscono il senso di un amore, quello che ci lega a chi non c'è più. 


Ed il dolore, la cura e lo sforzo che ci viene richiesto nel credere che si continui a vivere ovunque, dentro chi ci ama, nei suoi ricordi, nel suo pensiero e nei suoi gesti, sono proprio quelle fatiche i custodi della bellezza dell'amore. Un libro che consiglio a tutti, più e meno giovani, a chi sente quella stretta al cuore e trova un modo per trasformarla in qualcosa che profumi di futuro.


Conosci qualcosa di bello che non sia faticoso?

 

Buona lettura!

 

 

 

“E quando pensi che sia finita… è proprio allora che comincia la salita, che fantastica storia è la vita” A. Venditti

lunedì 13 febbraio 2023

 

L’istinto di distruggere, il desiderio di trasformare, il bisogno di costruire. Adulti e giovani, nel gioco dell’esempio


In tanti abbiamo visto, chi in diretta, chi dopo, la furia di Blanco sul palcoscenico del Festival di Sanremo 2023.

Quante volte, in altri luoghi, nelle piazze, nei parlamenti, nelle scuole, sugli spalti dei nostri stadi, nelle case e persino negli ambienti di lavoro capitano simili scene?

I fischi, il disprezzo, il monito vengono spontanei in molti di noi.
 
Quando osserviamo i più giovani, però, che siano i nostri figli, i nostri studenti, i nostri colleghi, dobbiamo fare uno sforzo in più, provando sempre prima a indossare i loro panni, cercando di pensare come deve essere stare al “posto loro”.

È l’unica strada per sottrarsi ad un giudizio superficiale e per provare a comprendere. Con ogni probabilità non giungeremo a condividere ma possiamo forse fare tesoro di una nuova prospettiva e di un diverso sentire dal nostro.
 
A Blanco, se fosse pronto ad ascoltare, direi che la strada della distruzione, quella che lui ha scelto di percorrere, non è la soluzione. Non lo è quando le cose non funzionano, quando non tutto fila liscio come vorremmo. Un microfono che non va, una cuffia che non consente di sentire la propria voce, un inghippo audio che rende difficile se non impossibile cantare, è solo una metafora di un ostacolo.

 

E quanti sono gli ostacoli che noi tutti incontriamo nel nostro incessante correre? 

Tanti, materiali o interiori, spesso più difficili da accettare di un difetto di acustica. Ed è proprio allora, quando c’è la strada interrotta, l’istinto primordiale è quello di distruggere, di arrabbiarsi, di spaccare tutto. Perché siamo costretti a fermarci, a rinunciare, ad attendere e talvolta a cambiare. Perché forse distruggendo ci illudiamo di cancellare la difficoltà e il fallimento.

La rabbia di Blanco, i suoi calci e la scivolata sugli stessi petali che ha sparso, sono l’effetto di quell’istinto basilare.
 
Però oltre l’istinto noi uomini abbiamo in dotazione anche una razionalità, un cuore, un pensiero che ci consente di riflettere sugli eventi e sulle possibilità che tali eventi ci offrono.
 
Anche un ostacolo può diventare una occasione. Anzi, a dirla tutta, i meno giovani lo sanno bene, sono proprio le difficoltà che ci offrono la possibilità di fare qualcosa di nuovo e di trasformare quello che abbiamo davanti a noi.
 
Cosa sarebbe successo se ieri Blanco avesse ballato invece che distrutto le rose? Se avesse lasciato lo spazio solo alla musica e ai suoi musicisti? Se avesse trasformato un difetto in un nuovo modo di fare musica? Forse chi lo guardava avrebbe intravisto una soluzione diversa, quella della costruzione. Una soluzione possibile di trasformazione.
 
Si possono costruire ponti quando le strade sono interrotte da acque o da crepe, si possono studiare soluzioni quando ci sono problemi importanti, si cuciono con ago e filo i buchi nelle trame dei tessuti, si incollano con l’oro i cocci delle ceramiche, si perdona l’errore quando capita che si sbagli. Si studia per superare un esame, si fatica per raggiungere la vetta, si suda per imparare a correre. Si riprova quando qualcosa non riesce al primo tentativo, si accettano le critiche, ci si alza presto se si vogliono vedere i colori dell’alba.
 
Siamo fatti per costruire, meglio ancora per trasformare, non per distruggere.

E quando decidiamo di distruggere, presi dall’ira, è nostro compito raccogliere i cocci, spazzare via i petali.
 
Eppure il furore giovanile è da accettare, è insito nell’illusione di potenza, dei primi anni, destinata a sedarsi.

Se noi adulti oggi non scusassimo la rabbia di tutti i Blanco che incontriamo, faremmo lo stesso errore dell’artista, distruggendo la sua immagine che ora ha bisogno di essere sostenuta e forse per lo meno compresa. Non gli apriremmo una finestra verso una trasformazione.
E se anche la sua fosse una trovata commerciale o una messinscena già prevista, la sostanza non cambierebbe.
È un buon modo per trasformare il mondo e iniziare a farlo in prima persona: iniziamo noi adulti a fare quello che chiediamo ai nostri giovani.

Lo devi leggere (9)   Di madre in Figlia di Concita De Gregorio, Feltrinelli Editore   Incontri il libro che ti spiega come stanno le cose. ...