venerdì 13 marzo 2020

In attesa di rivedersi
(E. B.)

C’è un albero che si vede dalla mia finestra,
c’è da sempre e lo vedi sulla parte destra.

Della sua esistenza però mi sono accorto bene bene in questi giorni,
che sono bloccato in casa aspettando che a scuola si torni.

Ho notato degli uccellini che vanno sempre sui suoi rami a fare il nido:
sono carini, cinguettano sempre e a vederli io rido.

C’è anche una gazza con le penne nere
Che arriva a trovarli quasi tutte le sere!

Immagino che siano amici, tra loro, gli uccellini
e che si incontrino a giocare e per stare vicini.

Loro possono farlo, non come sta succedendo adesso,
che dobbiamo stare lontani e per uscire ci vuole un permesso.

Mi vengono in mente i pomeriggi trascorsi con parenti ed amici
a giocare a palla, parlare, rincorrerci o correre in bici.

Mi viene in mente la voglia che ho di stare ancora con loro
che sono della vita un vero tesoro

‘Passerà presto vedrai’, dice la mamma sorridendo,
‘Andrà tutto bene’ scrivo contento!

Un arcobaleno mi han detto di disegnare
ed ora sono qui tra pennelli e biro a pitturare.

Il tempo più lento che stiamo vivendo
qualcosa di buono capire ci sta facendo

Di quanto è preziosa la vita che viviamo,
davvero è il dono più bello che abbiamo.

Dobbiamo star bene tutti e difendere i più deboli tra noi
e ringraziare i medici ed infermieri che sono supereroi.

Aspettare di vederci e di ritrovarci insieme
darà un sapore più bello al giorno che viene.

Ci aiuterà a capire il bellissimo valore
di ogni piccola cosa, persino di un fiore.

E allora quell’albero che dalla finestra scorgo con occhi puri
diventa un simbolo di una nuova vita senza lati scuri,

dove la difficoltà se arriva e ci coglie impreparati,
presto viene superata con l’aiuto di tutti gli altri stati.

Il mondo è diviso in città paesi e nazioni e continenti,
ma sotto sotto siamo tutti fratelli, e tutti parenti.

‘Quello che ferisce te, ferisce me’
E questa è una nuova regola per me!

Lottiamo insieme stando a casa per un po,
e presto sono certo festeggeremo in pedalò

in spiaggia, in montagna, al lago e in città,
tutti insieme e nulla più ci preoccuperà!

‘Evviva evviva’ allora grideremo!
Più del virus paura non avremo!

Torneremo a vivere con qualcosa in più,
con l’amore per la vita e migliori virtù.





mercoledì 4 marzo 2020

L’amore circolare 
(anche ai tempi del Coronavirus)
4 marzo 2020


Giorni difficili.
Il coronavirus procede a collezionare vittime nel mondo, in Italia, intorno a noi, nella nostra regione. Tutti, chi con più paure chi con più coraggio, colpiti e strattonati da questo vento di instabilità, di incertezza quotidiana, di vacanza e vuoto dalle attività che di solito scandiscono la vita dei nostri bambini, dei nostri amici, degli anziani, di chi conosciamo.

Eppure tutto scorre, nello stesso identico modo di prima, con un nostalgico sguardo a quei giorni in cui godevamo della libertà di ogni movimento, degli abbracci, dei gesti di amore gratuiti eppure non sapevamo di quanta bellezza avessimo intorno. Ancora una volta ci ritroviamo ad apprezzare le cose perché (e quando) non le abbiamo più o perché (e quando) vengono messe in dubbio. 
E fatichiamo a ricordare cosa, della routine precedente, non ci piacesse, tanto bella pare ai nostri occhi.

Dentro a questi pensieri, immersa quasi in apnea, vengo riportata alla vita reale, quella che scorre a prescindere dalle epidemie, da una chiamata dei miei genitori, rimasti al sud nel mio paese natale, che mi racconta di un malore della mia mamma, nella notte. 
Il ricovero, “mamma sta bene”, le chiamate in attesa di saper cosa abbia avuto, “papà oggi stesso partiamo”, le valigie iniziate, “non partite, potreste poi portare il virus visto che dalle vostre parti c’è”, le valigie lasciate lì, “aspettiamo domani, vediamo come va”. E poi una operazione per impiantare un pace maker, “è andato tutto bene”, riunioni viawhatsapp con i fratelli per capire come fare, “Vi amo, anche se con un cuore che pare poco affidabile” dice la mamma. Alla fine uno di noi figli scende, quello che abita nel luogo meno vicino al virus per accudire la mamma. “Mamma raccogli tutte le tue cose che oggi esci”, siamo stati fortunati, pensi, è stata solo una piccola grande paura. Passata, arrivata e passata.

Le piccole tragedie personali dentro le tragedie collettive, è sempre stata cosi la vita, l’uomo dentro il mondo e le sue paure dentro quelle della gente.

E poi mi ritrovo qui, nella casa che abito da qualche mese, a chiedermi perché io non possa aiutare la mia mamma in questo momento, perché io non ci sia quando ha bisogno di me, perché abitiamo così lontano, perché si debba rinunciare a “fare i figli” nel modo in cui io vorrei esserlo, stando con loro quando hanno bisogno di me. Si infiltra nei pensieri una voce sottile, che mi segnala che l’aiuto che offrirei (dovrei offrire e piuttosto vorrei offrire se potessi) ai miei genitori e che di fatto nego loro è lo stesso che talvolta offro a chi ha bisogno, a chi non conosco bene eppure di cui mi interesso, a chi abita vicino a me. Mi sento in difetto, in colpa e le lacrime irrorano i miei occhi.

La lontananza la puoi accettare, con il tempo. Quello che fatichi ad accettare sempre è il bagaglio di mancanze che porta con sé, di eventi non vissuti, conquiste quotidiane non condivise, presenze non registrate, racconti non tramandati.

Poi delle parole mi abbracciano. Pronunciate dall’uomo che mi aiuta sempre quando sono in crisi, quello a cui riservo il mio amore più profondo e di una nuova amica, suor Katia, che frequento da un po’ e che vedo vicina a Dio più di me. Mi convincono, quelle parole, che l’amore è circolare.

Mi convincono che esistono carezze che non potrai offrire direttamente a chi le attende, esistono cure che non nasceranno direttamente dalle tue mani e baci che non potrai dare, toccando le guance di chi ami. Questo perché ci sono condizioni, eventi, distanze, scelte, rinunce che rendono impossibili, talvolta, la vicinanza tra persone che si amano. 

Mi convincono, quelle parole, che però l’amore non si limita a lasciarsi dare e a farsi ricevere nel modo bilaterale, chiuso e selettivo con cui noi uomini siamo abituati a concepirlo. L’amore è circolare, gira, si diffonde e si moltiplica, nasce da uno e arriva a tanti, promana in un luogo e si dirama altrove, lontano. Nella circolarità dell’amore accade che quelle carezze che oggi non posso dare alla mia mamma, quella presenza che non posso garantirle e che pure mi ferisce, si facciano vive presso di lei attraverso altre mani, attraverso il sorriso di altri volti, e attraverso il suono di voci che non sono la mia, pur avendo toni e dolcezza simile.

Mi convincono, quelle parole, che non siamo soli, nemmeno quando pensiamo di esserlo, esiste un cerchio, una circolarità di amore e sentimenti che ci toccano anche quando non pensiamo che ciò possa essere possibile.

Mi convincono, quelle parole, che la bellezza è oggi, anche se una epidemia sconvolge piani e vite, è nelle azioni di responsabilità e nei gesti di altruismo che facciamo, è nella mancanza quanto nell’abbondanza, è dentro, non fuori alle cose e alle persone.
La bellezza di parole buone giunte nel momento in cui se ne ha bisogno è il segno del divino dentro i nostri cuori.




venerdì 3 gennaio 2020

3 gennaio 2020. Primo giorno nella casa della Carità.

‘ Ha guardato me che non sono niente , ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore’ 

Il primo risveglio qui. Dopo la prima notte, e dopo la prima lode. 
Siamo felici, ieri quando siamo arrivati siamo stati accolti da tanti messaggi di vicinanza, da una squisita torta ed avvolto da parole bellissime.


In un biglietto c’era un invito, a non avere paura e a camminare gioiosi verso la Montagna. Ci ha colpito perché forse abbiamo iniziato proprio a far questo: a metterci in cammino. Noi 4, con Stefano che mi tiene la mano e i bimbi entusiasti di tutto. In cammino verso Gesù. 


Ieri pomeriggio suor Katia  non era in casa ed eravamo intimiditi, abbiamo deciso di attendere il suo ritorno nel nostro appartamento. Poi è venuta a bussarci Antonella e ci ha portato in casa, con un sorriso sincero e la gioia di quando vai a trovare un amico. 

Abbiamo appena iniziato a camminare e già abbiamo ricevuto il dono di una visita inaspettata. 

Ieri sera abbiamo chiacchierato un pó con suor Katia, parole semplici per organizzare la nostra vita qui e una libertà  ribadita di vivere l’esperienza come ci suggerisce il nostro cuore. 
Siamo davvero grati di poter stare qui. 

16 gennaio 2019
Chi silenziosamente opera.

"Cominciate a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile e all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile" S. Francesco D'Assisi

Ho letto questa frase oggi, mentre camminavo per raggiungere l'ufficio.
Questa è una frase bellissima, che ho colto quasi come se fosse un segno, l'ho subito ricondotta a questo luogo.
Da quando sono qui, rimango incantata nel vedere quante persone vengano quotidianamente in questa casa.

Esistono alcune persone che silenziosamente, senza clamore, senza pubblicità, senza post sui social, senza trombe e avvisi, dedicano un pezzetto del loro tempo agli altri.

Potrebbero non farlo e comodamente restare sui loro comodi divani. Potrebbero risparmiarsi , e considerando che non ne danno notizia ad alcuno, se non lo facessero, non verrebbero giudicati e non cambierebbe in alcun modo l'idea che il mondo ha di  loro.

Eppure si alzano presto al mattino o tardano a rincasare alla sera, rinunciano a qualche pasto in famiglia, pure di entrare in questo luogo e offrire un servizio.

Tutti quelli che ho incontrato finora mi hanno detto, timidamente, di "non fare nulla di speciale", spostando il discorso appena intrapreso con me lontano da loro. Quasi a voler nascondere o tutelare questo impegno, a lasciarlo segreto e intimo.
Perchè?

Credo che ci sia un bene, vero e profondo che deriva dall'animo, che non riesce ad autocelebrarsi, che si nutre del bene stesso, che non si guarda allo specchio ma rifugge ogni luce e riflettore. 
Credo che per queste persone capaci di provare questa pura forma di bene, esista una ricompensa che pur non avendo un valore economico e non luccicando, li disseti e li sfami, rendondoli più ricchi: l'amore riflesso negli altri.

Gli altri, le persone che incontriamo, che aiutiamo o che ci aiutano, a cui sorridiamo, essi ci restituiscono  molto di più di quanto offriamo loro, perché il loro sorriso è carico di gratitudine e amore.

Ai volontari della Casa della Carità, offro tutto il mio sostegno, la mia ammirazione
Sono una ispirazione di vita per me.

lunedì 16 dicembre 2019

Giovanni Battista e la nostra eterna attesa

Riflessione a margine del Vangelo Mt 11,2-11

16 dicembre 2019


Ho letto di un uomo solo, forse un po’ impaurito, in carcere.
Un uomo spaventato dalla sua condizione di prigionia, da una solitudine coatta che lo ha spinto a vacillare nella sua fede nell’arrivo del Signore.
Un uomo, Giovanni dell’avvento, assai diverso da quello che nel deserto predicava con passione ardente, un uomo pieno di dubbi e di incertezze, che non riesce a vedere il Messia nelle cose della vita e si chiede se sia davvero arrivato e dove sia il suo mistero.

Ecco Giovanni dei giorni nostri, quello che abita nel cuore di tanti di noi, nel mio senz’altro.
Incapace talvolta di vedere il miracolo nelle cose piccole, nelle cose che non splendono e non accecano ma che ci sono, durevoli, solide, presenti.

Giovanni che aspetta un arrivo eccezionale, una festa incredibile, un segno inequivocabile che soddisfi la sua fede. Come Giovanni attendiamo di stupirci incredibilmente senza guardare con stupore quello che abbiamo intorno e che testimonia la presenza di un bene superiore.

Giovanni fa come noi che viviamo in attesa di qualcosa che non c’è e nel frattempo la vita accade, conservando la sua bellezza nel suo lento ritmo di narrazioni, nella fiducia della semina e la pazienza del raccolto, nella profondità dell’amore che spesso non si intravede in superficie.

Giovanni oggi rappresenta tutti noi, e la sua fede fatta di incertezze e dubbi rappresenta la fede di ogni uomo, che è impregnata di un umano bisogno di rivelazione, di un desiderio di guardare e toccare quello che a cui crede, di certezza materiale.

Abbiamo però una strada per soddisfare questo anelito incessante, tutto umano ed eterno connaturato con la nostra primordiale natura: la strada dei più piccoli.
Indossare lo sguardo, le vesti, la vita della più piccola creatura del regno dei cieli, della persona più umile, più povera, del bambino, del debole, del malato, del diverso, del sopraffatto, del vinto.
Con quello sguardo saremo in grado di vedere il miracolo all’interno della vita di ogni giorno, di toccare il senso di un risveglio gioioso, di un pasto non scontato, di una parola buona mai ricevuta, di un dono desiderato, di una compagnia dimenticata, di un bisogno soddisfatto, di una guarigione attesa, di un riposo aspettato, di un sorriso prima spento.

Come Giovanni continuiamo a credere e a cercare anche nel dubbio la risposta al nostro anelito perenne, come Giovanni oggi mettiamoci nei panni di chi è piccolo per trovare una strada di rinascita. Chi crede non è perfetto, non è senza indugi né dubbi, non è solido e convinto. Chi crede si lancia e si affida e mentre lo fa ha paura, esattamente come noi.
Chi crede non è immune da guai, da smarrimento ma ci prova, battendo la strada della gioia. Chi crede non sempre vive al massimo, ha le sue prigionie e i suoi muri ma si mette in cammino, pieno di speranza.


Risultati immagini per la fede
Un pensiero speciale per la Casa della Carità e suor Katia



Il lavoro non è una merce. Il "lunedì" che non ti aspetti.
ottobre 2019


Un docente di diritto del lavoro, un giurista chiamato ad insegnare il diritto in una facoltà di economia, inizia la sua lezione chiedendo ai suoi studenti di cercare la definizione del termine "mercato".
Il mercato fisico, quello che in una città bellissima come Modena, popola il parco adiacente al Dipartimento di Economia “Marco Biagi”. Il mercato delle cose, degli oggetti, dello scambio.
Esiste poi un mercato non reale, che non si tocca, che non si compie in una piazza centrale di una città. Quello finanziario, immobiliare, virtuale, e così via.

E poi c’è il mercato del lavoro, un mercato speciale che implica la persona che presta la sua attività lavorativa, il suo tempo, le sue energie e le sue competenze.
Dentro il mercato del lavoro c’è l’uomo. 

La Dichiarazione di Filadelphia del 1944 sugli scopi e sugli obiettivi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, stabiliva che il lavoro non è una merce (Labor is not a comodity), intendendo proprio la specialità del valore del lavoro nella prospettiva dello scambio prestazione – retribuzione (compenso). Una specialità che modifica e snatura il tradizionale modo di intendere lo scambio tipico di ogni mercato.

Spiegare questo concetto a persone giovanissime, nate e cresciute in una epoca in un cui questa basica conquista di civiltà è (o meglio pare che sia) insita nella quotidianità e nel sentire comune, può diventare difficile. C’è però un suggerimento che ci deriva dalla vita reale, dalla cronaca dei nostri giorni a regalarci una immagine.

24 settembre, Mestre. 
Il paese si sveglia con un nuovo netturbino che non ha nessun contratto con il Comune per poter svolgere la sua attività di pulizia. Un giovane straniero, dal nome così stranamente denso di un significato profondo, Monday, decide di rendersi utile e inizia a pulire le strade di una città che è diventata la sua, da qualche tempo. 
A modo suo Monday ha deciso di  vivere il nuovo mondo che la vita gli ha chiesto di imparare ad abitare.

Non vale qui capire quello che da questa prestazione di lavoro non sorretta da un contratto possa derivare, né parlare di sanzioni che possano scattare o valutare a bontà, l'equità e la giustizia dell’attività e delle reazioni che essa ha comportato.

Quello che ci aiuta, per capire la specialità del valore del lavoro è il cartello che Monday ha scritto, mostrando anche un uso sufficientemente corretto della lingua italiana, che è la lingua che parlano i suoi nuovi concittadini.

Monday parla di un desiderio, quello di sentirsi utile, di integrarsi nel contesto in cui vive, di sentirsi uomo. Monday solo alla fine chiede un contributo, e solo per ricompensare una attività di fatto già svolta.

Per questo il lavoro non è una merce, perché dietro ad esso esiste un afflato, che è proprio di tutti gli uomini, indipendentemente dal luogo in cui sono nati, da come sono cresciuti, dal colore della loro pelle, dal loro credo religioso e politico. 

Questo desiderio è il bisogno di partecipare a qualcosa di più grande, di essere inseriti in un contesto in cui sentirsi utili, apprezzati e, in fin dei conti, felici.

Monday ha iniziato la sua settimana nel migliore dei modi, ricordandoci sempre che dietro all’economia, ai contratti, agli scambi, esistono le persone. Una lezione anche questa.



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mercoledì 5 giugno 2019

Siamo tutti vivi nello stesso identico modo, la bellezza di quello che abbiamo vissuto insieme.
Ai genitori, alle nostre maestre e ai nostri bimbi
(lettera aperta di un genitore dopo la quinta elementare)
giugno 2019



Non esiste la perfezione, dicono.
Esiste però una forma bellissima di bello, buono, forte e ben fatto che può piacere più della perfezione stessa.
È una forma di bellezza fatta di energia, fatica, alti obiettivi, sorrisi, serietà ed insieme un filo di pazzia, ostacoli visti e spiegati, strade per superarli battute e condivise, mani giunte se necessario, voce alta, silenzi e tanta musica.

Abbiamo vissuto e partecipato, in questi anni, a questa forma di bellezza.
Veniamo da strade cosi diverse, noi tutti, prima di iniziare questo percorso non ci conoscevamo tra noi e o ci conoscevamo appena.
Hanno iniziato i nostri figli ad avvicinarci, chiedendoci di invitare il loro compagni di banco ad un pomeriggio di gioco, di fare feste di compleanno sempre a due decine, perché sempre fossero presenti tutti i bambini.
Hanno proseguito i nostri figli a raccontarci di una maestra luminosa, presente e sempre intensa.

Poi abbiamo iniziato, piano, anche noi. Tessendo amicizie, vicinanze che oggi ci emozionano perché temiamo di perderle. I ricordi sono tanti e tutti ci vedono insieme, i nostri piedi sempre davanti alla scuola mentre aspettiamo i nostri figli. Lì ci siamo raccontati disagi, difficoltà dei singoli che a volte ci hanno spaventato, ci siamo accordati per sostenere la scuola, ci siamo capiti, piaciuti e talvolta sentiti diversi gli uni dagli altri.
Siamo stati un gruppo come tanti altri, striato con tante tonalità quante sono i nostri diversi modo di vedere la vita. Però tante volte, e quelle oggi ci consentono di sentirci unici, parlandoci ci siamo compresi, intuendo che le radici diverse da cui deriviamo hanno reso sì diversi i nostri sguardi ma non ci impediscono di trovare un nuovo modo, comune, di immaginare il mondo per i nostri figli.

Siamo vivi tutti nello stesso modo, avendo la possibilità di compiere una strada che tantissime altre persone hanno fatto prima di noi, lasciando però, oggi e qui, una traccia diversa e autentica.
E poi il resto è venuto grazie all’instancabile lavoro di due persone come noi, le nostre maestre, che però con i nostri figli hanno trascorso le loro ore più belle. Loro hanno costruito basi su cui ciascuno dei nostri bambini ergerà cattedrali di sentimenti, di azioni e di sogni e desideri.

Le tracce che lasciamo gli uni nella vita degli altri sono incredibilmente maggiori di quello che crediamo. Non saremo bravi a restare legati come oggi, lo sappiamo già. Ci scriveremo messaggi i primi tempi, spesso, e poi solo a Natale e Pasqua. Con alcuni forse non ci sentiremo più. I più fortunati di noi vedranno le nostre maestre accompagnare altri bimbi e immagineranno quello che stanno provando i loro genitori, ciascuno nell’intimo della propria sensibilità. 

Ma la strada percorsa insieme, quella non ce la toglierà nessuno. Dai ricordi e ancora di più dalla nostra percezione di quello che vivremo. Da domani in poi.

Grazie a Giovanna per essere stata per noi un albero, stabile, con fronde capaci di muoversi seguendo il vento della novità e rami capaci di raggiungere ogni bimbo, ciascuno alla sua altezza, ciascuno con modi che fossero congeniali per lui. Quando ti abbiamo vista soffrire abbiamo sofferto con te, e ci è bastato pregare i nostri differenti dei per aiutarti a sentirti meno fragile. Grazie per aver creduto che fosse possibile arrivare in alto, con noi.

Grazie a Vanessa, per averci regalato anni di freschezza, gioia, di aver saputo ascoltare e capire dove e quando avevamo bisogno di te. Non sappiamo dove la tua bellissima vita ti porterà, ma in ogni dove ci sarà un nostro ricordo ad accompagnarla.
Grazie a ciascuno di noi, ogni singolo genitore, vicino, lontano, allegro, burbero, felice, irrequieto, instancabile o pigro. Ognuno ha offerto se stesso, grazie ad Anna per la felice gratuità del suo tempo, il coraggio di pensare diversamente e le sue pettinature per nulla scontate.

Grazie ancora a Giulia, che ha avuto mani speciali per bimbi speciali, parole sempre gentili e sorrisi per tutti.

E grazie ai nostri bambini, uno ad uno, unici e speciali. Faranno sicuramente tutti cose meravigliose.

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Le dita di una mano sono tutte diverse, diversa altezza, corporatura e movimento. Solo insieme però afferrano e costruiscono.

giovedì 23 agosto 2018



Rivoluzione post partum
Quello che ho dentro adesso che sono diventata mamma 

(Liberamente ispirato a M. E al suo piccolo E.)


Semplicemente mi chiedono come stia.  Tutte le persone che, da quando è nato il mio piccolo tesoro, sono venute a trovare me e lui. Ciascuno portando con se’ un dono fatto di consigli, esperienze, segreti, perfette strategie per sonno, veglia e allattamento. 
Mi chiedono come io viva questa esperienza. Rispondo spesso con un sorriso, perché non so come fare a raccontare davvero quello che sta accadendo dentro di me. 

Poi un messaggio diverso, di una persona speciale, che vuole sapere se, nonostante il trambusto dei primissimi giorni dopo la nascita di un figlio,io sia felice. 
A lei rispondo in un modo diverso e cerco di spiegarle cosa provo.  

Il corpo, quello, ha conosciuto momenti migliori. Porto addosso del peso che prima non avevo e non sono abituata a questa nuova me. Ho un taglio che mi brucia e tira, quello stesso che però ha concesso al mio piccolo di non avere complicazioni nel momento della nascita. Non posso essere arrabbiata per quello. 

Avrei bisogno di dormire, almeno credo. Il giorno e la notte si sono mescolati in un tempo senza ore, ma anche quando potrei dormire, quando lui è sereno o riposa, il mio sonno è cambiato, sono legata al suo respiro come se fosse diventata la musica del mio nuovo vivere.

Nei miei seni una abbondanza di nutrimento che fa assomigliare il mio bisogno di lui al medesimo bisogno che il mio amore ha di me.  

La risposta alla domanda che tutti mi pongono è proprio qui. 
Non è tanto quello che mi viene chiesto, da lui o dal momento che sto vivendo. Piuttosto è quello che sto ricevendo io. 

Ho cercato per trent’anni la rivoluzione della mia vita, quella svolta in grado di dare un senso alla mia ricerca di felicità. Sono stata scout da ragazzina e in quegli anni di servizio avevo intuito qualcosa, sotto la pelle. Ossia che il sentore di una tenera e genuina felicità fosse tutto dentro alla offerta di energia e tempo dedicati agli altri. 

Poi ho conosciuto il papà di questo splendore che ora nutro e ancora questa percezione é riemersa con tutta la sua forza. Ogni volta che uscivo da me stessa per offrirmi a lui, che abbandonavo un pregiudizio per aprirmi a nuove idee o modi di vivere, sentivo la nascita della felicità interiore. 

Oggi ne sono certa, sono felice. Mio figlio mi ha condotta ad abbandonare in una sola notte le mie abitudini, i miei ritmi e le mie convinzioni. Mi ha mostrato, senza parole, con i suoi gesti sottili e tenui pianti, che io non sono quello che sono abituata a fare, io non sono le mie certezze, io non sono il tempo in cui mi prendo cura del mio corpo o del mio aspetto. Io sono solo quello che offro, quello che dono agli altri e quella che di me resta nella storia e nelle vite di chi amo.

Come sto? Sono in piena rivoluzione, grazie a mio figlio sto camminando in un sentiero nascosto pieno di amore. Quando dicono che diventare genitori è difficile ma pieno di gioia è proprio vero. Diventare mamma per me significa comprendere tutte le altre persone del mondo, che sono stati e saranno per sempre figli.  Dietro ogni figlio c’è una mamma e c’è esattamente lo stesso amore e la medesima rivoluzione che sto vivendo io.

Il senso della vita, della mia, è semplicemente offrirmi. Offrirsi uscendo dall’individualità in cui viviamo, credendoci unici e sempre erroneamente al centro dell’unico mondo che vediamo. 


(In apertura l'opera Madre e figlio di Andrea Aloi http://www.andreaaloi.it/it/graphite-drawings-3/2006-opera-madre-e-figlio.html)

11 settembre 2026 Come Emma, come lei Un esempio per ogni donna che voglia lasciare un segno. E non importa che la tua vocazione sia diversa...